06 Luglio 2026

Comprendere i grandi cambiamenti ecologici del nostro tempo richiede una base di dati scientifici solidi, ma la vera svolta avviene quando questa conoscenza si trasforma in cultura diffusa e sentire comune. Talvolta abbiamo la presunzione di credere che la cultura ambientale possa edificarsi esclusivamente attraverso i vincoli delle norme o le risposte dell'innovazione tecnologica. La verità è che la stessa si alimenta soprattutto grazie alla capacità di raccontare la transizione con un linguaggio che sia accessibile, empatico, coinvolgente e radicato nella quotidianità delle persone.

In questo spazio di approfondimento, ospitiamo una conversazione con Marco Gisotti che ci aiuta a riflettere sul ruolo cruciale che l'informazione, la scuola e i media rivestono nel tradurre i concetti astratti della sostenibilità in azioni concrete e partecipate.

Giornalista, autore e divulgatore scientifico, Marco Gisotti è da oltre vent'anni impegnato nel racconto dei temi ambientali attraverso televisione, radio, editoria e nuovi media. Autore di numerosi saggi sui cambiamenti climatici, l'economia circolare e i green jobs, ha contribuito a diffondere una cultura dell'ambiente fondata sulla conoscenza, sull'innovazione e sulle opportunità offerte dalla transizione ecologica. In questa intervista mette a disposizione la sua esperienza per riflettere sul rapporto tra comunicazione, educazione e partecipazione, evidenziando come la sfida ambientale sia prima di tutto una sfida culturale.
 

L'intervista

Guardando alla sua esperienza tra radio, televisione e nuovi media, come ritiene che da essi sia veicolata la tematica ambientale al grande pubblico oggi? Quali strumenti comunicativi ritiene più efficaci oggi per coinvolgere soprattutto i giovani?

Nella categoria giovani inseriamo target molto differenti: un bambino di otto anni è molto diverso da una bambina di dodici. E ancora diversi sono gli adolescenti fra i quattordici e i diciotto anni.

E la potrei fare ancora più difficile perché dovremmo definire anche cosa intendiamo per “tematica ambientale” perché in questo noi consideriamo un’ampia gamma di tematiche specifiche, alcune delle quali molto diverse fra loro: energia e biodiversità, per fare un esempio. Inquinamento urbano e habitat marini, per farne altri due di esempi. Lo dico perché ritengo che la comunicazione debba agire per temi e target ben definiti, altrimenti, volendo prendere tutti i bersagli, si rischia di non centrarne nemmeno uno. Uno strumento che negli anni, e in parti diverse del mondo, si sono rivelate quelle campagne che coinvolgano i giovani in attività creative a tema: concorsi per la realizzazione di spettacoli teatrali per i più piccoli, realizzazione di documentari, spot o fiction per i più grandi. Sono attività dove ragazzi e ragazze, bambine e bambini lavorano tutti insieme ma per creare qualcosa devono dissezionare il tema sul quale sono stati chiamati a esercitarsi. Giocando imparano.

Qual è, secondo lei, il ruolo del giornalismo nel rendere questi argomenti davvero comprensibili e vicini alle persone?

Il giornalismo deve raccontare ciò che non va e quello che va. Il giornalista ha l’obbligo deontologico di inseguire la verità e spiegarla al pubblico. Il giornalista è come uno scienziato che pazientemente raccoglie i dati, li verifica, e poi li presenta. Ma mentre lo scienziato lavora ad un livello tecnico più alto e l’importante è che i suoi dati siano intellegibili dalla comunità scientifica, il giornalista ha il dovere di farsi capire da tutti. Se scriviamo un pezzo o facciamo un servizio in tv o in radio, e qualcuno non lo capisce, dobbiamo interrogarci su cosa abbiamo sbagliato.

Spesso si pensa che la sostenibilità e la cura dell’ambiente richiedono grandi sacrifici. Secondo lei, qual è l’abitudine quotidiana più semplice ma anche più sottovalutata che potrebbe avere un impatto importante sull’ambiente?

Curare il proprio giardino, come voleva Voltaire. Non è un atto di disinteresse, ma il primo passo per guardarci intorno. Se teniamo a posto il nostro piccolo vaso di fiori, il nostro balcone dove coltiviamo il basilico e poi, chi ce l’ha, il suo giardino o il suo orto, capisce il piacere che deriva dalla fatica del tenerlo in ordine e vederlo fiorire. Sembra una metafora, ma non lo è. Si scopre, così, che la differenziata migliora la nostra città, che guidare meno e prendere di più il mezzo pubblico decongestiona e disinquina le nostre città. È la stessa fatica che conosce un genitore, un poeta o un atleta quando, dopo anni di allenamento, taglia il traguardo.

Se dovesse indicare una priorità culturale per il futuro dell’Italia in tema ambientale, da dove bisognerebbe partire: scuola, informazione, istituzioni o partecipazione dei cittadini?

Dalla scuola. Nasce tutto da lì. Noi nasciamo da lì. I bambini se imparano una cosa a scuola la ripetono immediatamente a casa ai genitori. Le campagne di sensibilizzazione ambientale più efficaci, in Italia e nel mondo, sono sempre partite dalla scuola. Poi, certo, la scuola è formazione: il pensiero sistemico, necessario per capire che un’ape e il Festival di Sanremo sono connessi, non fosse altro che per i fiori, si insegna lì. La sensibilità ambientale, le nuove competenze green che chiede il mercato del lavoro, si insegnano a scuola. La famiglia è fondamentale, ma la scuola è la palestra.

Diverse sue pubblicazioni trattano il tema dei green jobs. Può spiegare quali sono le figure professionali più richieste in tema ambientale e quali percorsi può consigliare a chi vuole intraprendere tali lavori?

Le figure più richieste e introvabili sono i profili tecnici manuali ad alta evoluzione, come installatori fotovoltaici, elettricisti evoluti, tecnici dell'efficienza energetica, specialisti del riciclo e professionisti ESG. A chi desidera intraprendere questi percorsi, consiglio di acquisire competenze ibride che uniscano discipline tecniche, digitali e ambientali. Quattro quinti dei lavori attuali richiedono già queste abilità trasversali: la chiave è sapersi adattare alle nuove tecnologie e alla transizione ecologica.

Nelle sue trasmissioni ha incontrato molte realtà innovative legate all’ambiente. Quale progetto l’ha colpita di più?

Quello di una azienda marchigiana che sviluppa tecnologie avanzatissime ed ha una spiccatissima sensibilità ambientale. Da sempre lavora col mondo della scuola e valorizza i giovani. Ma la cosa più straordinaria che ho visto fare loro è quella di mettere anziani e giovani a creare nuovi progetti. Quando si parla di sostenibilità ambientale e sociale, penso a loro. Le idee senza le persone sono niente.

Può raccontarci un aneddoto o una sua esperienza nell’ambito delle tematiche ambientali, avvenuti nel corso della sua carriera?

Avevo sei o sette anni, all’epoca la mia famiglia si era appena trasferita dalla Spagna all’Italia, nella casa dove andammo ad abitare trovai tantissimi numeri arretrati del Corriere dei Piccoli, che era una storica rivista antologica a fumetti. In quegli anni lì – era il 1974/1975 – pubblicava un fumetto argentino, le avventure di Capitan Eco, un supereroe molto naif che indossava un casco con una margherita sopra. Il suo acerrimo nemico era il perfido dottor Smog. Mi chiedo sempre se non avessi letto le avventure di Capitan Eco, avrei fatto il mestiere che faccio e mi sarei occupato di questi temi?

 

Moltiplicare l'impatto: la responsabilità quotidiana del cambiamento

 

L’esperienza e i ricordi d’infanzia di Marco Gisotti dimostrano con chiarezza come la comunicazione e la formazione rappresentano gli strumenti più efficaci in nostro possesso per trasformare la tutela dell'ecosistema da concetto burocratico a pratica viva. Raccontare l'ambiente, con precisione giornalistica ma anche con formati capaci di stimolare la creatività dei più giovani, significa allenare quel pensiero sistemico indispensabile per abitare il futuro con consapevolezza. 

La scuola e la divulgazione emergono così come alleati insostituibili per guidare la transizione ecologica, orientando le nuove generazioni verso le competenze ibride richieste dai green jobs e insegnando a leggere le interconnessioni del mondo che ci circonda.

Tuttavia, come ci ricorda la metafora del giardino di Voltaire citata da Gisotti, l'orizzonte della sostenibilità non si esaurisce nelle grandi strategie industriali o nei programmi scolastici; esso trova la sua reale efficacia nella cura dei dettagli minuti, nella gestione quotidiana dei nostri consumi e nella riconnessione con i piccoli gesti. Ogni cambiamento duraturo nasce dalla conoscenza e si consolida nella responsabilità individuale, dimostrando che la transizione è una sfida culturale collettiva. Una sfida fondamentale che non ammette deleghe e che chiama in causa le scelte e le azioni che ciascuno di noi compie ogni giorno. Custodire il pianeta, differenziare i rifiuti, ripensare la mobilità o sostenere il lavoro delle scuole e dei territori: l'evoluzione ecologica, in fondo, Dipende Da Noi.
 

Per approfondire

MASE TALKS Forum PA - Green Jobs, le competenze verdi per la PA

Green Jobs. Giornalismo ambientale per ragazzi: giovani reporter per la sostenibilità

Green Jobs - Migliorare il futuro dell’ambiente | Cultura e Consapevolezza Ambientale

Green jobs: nuove figure professionali al servizio dell'ambiente | Cultura e Consapevolezza Ambientale

Marco Gisotti: Libri dell'autore     

I green jobs che cambieranno il mondo: 100 professioni su cui puntare oggi 

 

Fonte:

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