25 Maggio 2026

La consapevolezza ambientale non nasce dal nulla: è il frutto di un percorso di narrazione, educazione e strategie istituzionali lungimiranti. In questo spazio del portale Cultura e Consapevolezza, lo strumento di divulgazione dei temi ambientali del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, abbiamo il privilegio di ospitare chi ha guidato e vissuto in prima linea la comunicazione pubblica ambientale in Italia nei decenni della grande trasformazione. Attraverso le parole di Saturno Illomei — figura cardine prima alla guida dell’Ufficio Stampa del neonato Ministero nel 1987 e successivamente Responsabile delle Relazioni Istituzionali del CONAI — esploriamo la storia profonda di un cambio di paradigma: quel momento in cui la "questione ecologica" ha smesso di essere un tema per pochi addetti ai lavori ed è diventata un linguaggio comune, un progetto industriale e una necessità quotidiana. Un'intervista che traccia un ponte ideale tra le radici storiche dell'ambientalismo italiano e le frontiere odierne della transizione.

Saturno Illomei è una figura cardine nel panorama della comunicazione ambientale italiana. Già a capo dell’Ufficio Stampa del Ministero dell’Ambiente per lunghi anni, ha successivamente ricoperto il ruolo di Responsabile delle Relazioni Istituzionali del CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi). La sua esperienza rappresenta un ponte unico tra le istituzioni e il mondo del riciclo e dell'economia circolare, rendendolo uno dei testimoni più autorevoli dell'evoluzione del rapporto tra cittadini e ambiente in Italia.

Dott. Illomei, lei ha vissuto gli anni in cui l’ambiente passava da tema "per addetti ai lavori" a priorità nazionale. Qual è stata la sfida più complessa nel comunicare le politiche ambientali del Ministero a un pubblico che, all'epoca, era ancora poco consapevole?

Lei mi fa tornare indietro di molti anni. Stiamo parlando del secolo scorso. Era il 1987, quando sono arrivato all’Ufficio Stampa del neo istituito Ministero dell’Ambiente (Legge 349 del 1986).  Fino ad allora, e da appena tre anni, era stato soltanto l’Ufficio per l’Ecologia presso la Presidenza del Consiglio. Erano ancora gli anni pionieristici dell’ambientalismo di casa nostra e non solo. Basti ricordare che il Rapporto Brundtland,  “Our Common Future”,  della Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo,   veniva pubblicato lo stesso anno. E solo qualche anno dopo, nel 1992, a Rio de Janeiro, in Brasile, si svolgeva il primo “Summit della Terra” organizzato dalle Nazioni Unite, dove i 178 Paesi che vi parteciparono  sottoscrissero alcuni dei principali documenti sui quali ancora oggi fondiamo la nostra azione a favore della salvaguardia dell’ambiente:  l’Agenda 21, la Convenzione sui Cambiamenti Climatici e quella sulla Biodiversità. L’Italia era rappresentata dall’allora Ministro dell’Ambiente Giorgio Ruffolo, il primo vero titolare di un ministero che stava muovendo i primi passi e che era ancora considerato di seconda fascia. Ruffolo, oltre che un politico di levatura internazionale, era un economista che si era formato, tra l’altro, all’ENI di Enrico Mattei e all’OCSE. Fu il primo a capire l’interdipendenza tra economia e ambiente e a superare la dicotomia tra  sviluppo e  salvaguardia ambientale per giungere a quella sintesi  che da quel momento venne definita  “sviluppo sostenibile”.  

Ma, per tornare alla sua domanda, non era semplice far passare questi concetti nelle redazioni dei giornali e delle televisioni e men che meno nei comportamenti dei nostri concittadini . L’ambiente non faceva notizia, se non quando accadevano disastri e catastrofi. E non esisteva un redattore specifico che si occupasse di problemi ambientali. Erano i giornalisti della cronaca che si occupavano delle notizie ambientali. Poi, pian piano, complici anche le sollecitazioni che venivano dalla galassia ambientalista e dalle associazioni  che sempre più si radicarono nel tessuto sociale, anche i media iniziarono a porre più attenzione alle tematiche ambientali e a formare al loro interno redattori specializzati.  Sono loro che hanno dato un importante contributo a plasmare una coscienza ambientale nei nostri connazionali. Non solo quelli delle più importanti testate, ma anche molti di quelli che, attraverso radio e tv locali, hanno lavorato con tenacia e costanza  per diffondere e costruire sul territorio una coscienza ambientalista.

E anche nel tessuto produttivo del nostro Paese iniziavano a far breccia contenuti ed esigenze fino a diventare parte integrante della politica delle grandi imprese produttrici di beni di consumo e delle loro associazioni che le rappresentavano. Stimolate dal nuovo vento che spirava da Bruxelles e che nel giro di qualche anno avrebbe portato all’adozione di direttive che avrebbero rivoluzionato i processi produttivi e il mercato.

Passando dalla comunicazione istituzionale a quella di un organismo come il CONAI, com’è cambiato il suo approccio? In che modo si convince il cittadino che un gesto quotidiano, come la raccolta differenziata, sia parte di un progetto industriale e valoriale più vasto?

Il Decreto Ronchi del 1997, che recepiva nel nostro ordinamento alcune direttive sui rifiuti,  attuò una vera e propria rivoluzione nella gestione dei rifiuti, un cambio di paradigma basato su due pilastri innovativi: il principio “chi inquina paga” e quello della “responsabilità condivisa”. E si gettarono le basi di quella che in seguito sarà l’economia circolare. Lo stesso decreto istituì il CONAI, una scommessa fatta e vinta dall’allora ministro Ronchi e dal direttore generale di Confindustria Cipolletta: le istituzioni fissavano il traguardo da raggiungere; le imprese modi e mezzi per raggiungerlo. Una sfida che mi entusiasmò da subito e decise il mio passaggio dal pubblico al privato. (Mi corre l’obbligo, a questo punto, di fare una autocitazione, avendo raccontato la mia esperienza in CONAI in un libro dal titolo: “Te li do io gli imballaggi!”). Cambiavano i punti di riferimento: le istituzioni nazionali e comunitarie per gli obiettivi di riciclo da raggiungere; gli Enti locali e cittadini per mettere a terra i progetti industriali per la raccolta differenziata degli imballaggi. Il primo strumento fu l’Accordo quadro con l’ANCI, con il quale si definivano modalità e mezzi per attuare la raccolta differenziata, tenendo sempre presente che questa è un mezzo: il fine ultimo è il riciclo. Bisognava, però, convincere i cittadini a farla la raccolta differenziata. Furono messe in campo tutta una serie di campagne di comunicazione nazionali e locali per sensibilizzare la cittadinanza a conferire i rifiuti in maniera differenziata. Qualcuno meno giovane ricorderà sicuramente slogan come “Dalla culla alla culla” o “Da cosa rinasce cosa” che in  quegli anni entrarono nell’immaginario collettivo e contribuirono a diffondere una cultura del rifiuto non più come scarto ma come risorsa da valorizzare attraverso la raccolta differenziata e il riciclo.

Ma, oltre e prima del cittadino, bisognava informare e formare la classe politica e i decisori, sia a livello centrale che locale: Governo, Parlamento, Regioni, Comuni. Senza dimenticare Bruxelles. Questo era il compito che mi era stato affidato una volta approdato in CONAI. E, all’inizio, non è stato facile. Il consorzio era appena nato, non aveva alle spalle una storia da poter raccontare. Bisognava partire da zero, con un lavoro certosino nel costruire rapporti e relazioni one to one per far comprendere l’importanza di un progetto e di una visione che cercava di coniugare le esigenze di sviluppo delle economie dei mercati con gli obiettivi di sostenibilità ambientale. Le direttive sui rifiuti e quella sugli imballaggi hanno aperto la strada  a un nuovo modo di pensare e a produzioni e consumi più responsabili e rispettosi dell’ambiente.

Negli anni abbiamo visto l'uso di termini diversi: ecologia, ambiente, sviluppo sostenibile, economia circolare. Sono solo etichette o riflettono un reale cambiamento nella nostra cultura ambientale?

Questa è una bella domanda. La risposta dovrebbe tener conto di una approfondita analisi sociologica delle diverse dinamiche che negli ultimi anni hanno accompagnato studi e ricerche sulle varie tematiche ambientali. Senza dimenticare i molti cambiamenti avvenuti nei comportamenti e nelle abitudini quotidiane di noi tutti. Non credo che questi termini siano mere etichette. Credo, invece, che riflettano un reale cambiamento nella percezione di tutti dei problemi legati all’ambiente e alla sua salvaguardia: dalla nascita dell’ambientalismo negli anni ’70 e la scoperta di parole come inquinamento ed ecologia che entrano nel vocabolario comune, passando per la definizione di “sviluppo sostenibile” del già citato Rapporto Brundtland - “sviluppo che soddisfi i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere ai loro” (e alla ancora più frase di un capo pellerossa: “non abbiamo ricevuto il mondo in eredità dai nostri padri, ma in prestito dai nostri figli”) - per arrivare ai giorni nostri e a concetti come cambiamento climatico, transizione ecologica e neutralità climatica che stanno incidendo in maniera determinante sui comportamenti sociali orientando gli stessi verso la riduzione degli sprechi, anche alimentari, il riciclo e la mobilità green.

Oggi la comunicazione ambientale è ovunque, ma non sempre è corretta. Dal suo osservatorio privilegiato, come si distingue la vera consapevolezza ambientale da una semplice operazione di facciata?

La mutata consapevolezza e la crescente sensibilità da parte del consumatore verso beni e prodotti eco-friendly, amici dell’ambiente, ha indotto le aziende a dotarsi di strumenti comunicativi che non sempre corrispondono alle reali condizioni dei prodotti e dei beni commercializzati. Il rischio è di scadere in quel fenomeno che va sotto il nome di greenwashing, ossia una forma di comunicazione e di marketing che pubblicizza come ecosostenibili le proprie produzioni esaltandone gli effetti positivi e nascondendone gli impatti ambientali. Negli ultimi anni, tra l’altro, è cambiata anche l’arena mediatica nella quale le aziende fanno comunicazione. Lo sviluppo massiccio del web e dei social media da una parte ha indotto le imprese a cercare nuovi modi di comunicare e nuovi linguaggi e ampliare i propri target di riferimento; dall’altra ha permesso al consumatore, nonostante le molte fake news, di avere a disposizione una più ampia rete di conoscenze per meglio riconoscere una comunicazione ingannevole. Le nuove tecnologie digitali offrono al cittadino-utente la possibilità di esprimere le proprie opinioni condivise con altri utenti della rete divenendo essi stessi portatori di messaggi positivi o negativi verso quei prodotti e quei servizi che vengono loro offerti. 

A tutela del consumatore e per contrastare questo fenomeno, sono intervenuti sia l’Unione Europea che il Governo italiano. La prima con una direttiva del 2024 per tutelare i consumatori dalle comunicazioni da parte di imprese volte ad occultare l’impatto ambientale negativo di determinate attività economiche. Il secondo con il decreto del 2026 che recepisce la direttiva e modifica il Codice del Consumo intervenendo sulle pratiche commerciali ingannevoli in materia ambientale.

Il nostro portale si concentra sulla "Cultura e Consapevolezza". Qual è, secondo lei, il ruolo della scuola e della formazione permanente nel creare un cittadino che non sia solo "informato", ma attivamente responsabile?

Nel processo di sensibilizzazione del cittadino verso le problematiche ambientali, l’educazione ambientale conserva un valore determinante. A cominciare dai primi anni scolastici.  È sui banchi di scuola che si forma il cittadino di domani: informato e responsabile. Riciclando si impara è stato il titolo suggestivo di un programma di seminari, sviluppato da CONAI con i Ministeri dell’Istruzione e dell’Ambiente, rivolto agli insegnanti delle scuole medie sul tema dei rifiuti, “con particolare riferimento alla raccolta, recupero e riciclo degli imballaggi”. Eravamo nel 2004, e vide la partecipazione di circa tremila docenti. Nel corso degli anni non si è mai interrotto questo tipo di attività, semmai si è andata sempre più rafforzando, nella convinzione che la scuola avrebbe dovuto svolgere un ruolo fondamentale nel preparare i cittadini del futuro, sempre più consapevoli del ruolo che ogni persona svolge nella società e nella salvaguardia di un ambiente che è la nostra casa comune. Vorrei ricordare una delle tante campagne di educazione ambientale che ebbe un grande successo anche perché, per la prima volta, venne realizzata su internet, tanto per sfruttare uno dei nuovi mezzi che il mondo della comunicazione metteva a disposizione. “Ricicla Tvb”, era il titolo della campagna ed era rivolta ai docenti e agli alunni delle scuole medie. L’obiettivo era di sviluppare nei ragazzi responsabilità individuali e collettive verso la cura dell’ambiente e la tutela del pianeta attraverso semplici gesti quotidiani.

Nella sua lunga carriera avrà vissuto momenti in cui una campagna o una decisione comunicativa hanno segnato una svolta. C’è un aneddoto particolare, magari un “dietro le quinte” di una campagna storica o di un momento critico, che ricorda con particolare affetto e che ci aiuta a capire quanto sia complesso il mestiere di comunicare l’ambiente?

Di momenti topici ce ne sono stati molti. Il primo che mi viene in mente riguarda proprio gli albori del CONAI. Febbraio 2000, terzo anniversario del Decreto Ronchi. Il CONAI, insieme al Ministero dell’Ambiente, ancora guidato da Edo Ronchi, organizza “L’Italia che ricicla”, una manifestazione nazionale di sensibilizzazione e  informazione sui temi della raccolta differenziata e del riciclo dei rifiuti. Protagonisti dell’iniziativa, oltre alle istituzioni nazionali e locali, le imprese e gli operatori del settore, la grande distribuzione, le associazioni del commercio e dell’artigianato, la scuola e il mondo dello sport, con il calcio in prima fila. La domenica, alla trasmissione televisiva della RAI “90° minuto”, alla fine delle partite di calcio, tutti, giornalisti, calciatori e allenatori avevano al collo, durante i servizi dal campo e in studio,  la sciarpa bianca della giornata del riciclo. Insomma una vera e propria mobilitazione nazionale. Ed ebbe un grande successo di pubblico e di media. 

L’altro evento di sicuro effetto mediatico ebbe sempre come protagonista il mondo del calcio. Iniziò con il derby Lazio-Roma nell’aprile 2009,  allo Stadio Olimpico con lo slogan “Chi differenzia vince! Allo stadio come a casa tua”. Si voleva così promuovere la raccolta differenziata negli stadi (il calcio doveva fare da apripista). L’obiettivo era quello di far diventare, sportivi e cittadini, “tifosi della raccolta differenziata”. Encomiabile fu la partecipazione delle due società sportive romane che misero a disposizione i due capitani per la realizzazione dello spot televisivo: Tommaso Rocchi per la Lazio e Alberto Aquilani per la Roma (Francesco Totti non poteva partecipare per motivi legati all’esclusiva della sua immagine. Aquilani, romano di Monte Sacro, era il vice capitano). La campagna si concluse con la finale di Coppa Italia, sempre all’Olimpico, vinta dalla Lazio contro la Sampdoria. Come nel calcio,  il refrain della campagna era: la raccolta differenziata è un gioco di squadra,  i cittadini conferiscono i rifiuti differenziati; i Comuni organizzano il servizio di raccolta; il Consorzio chiude il cerchio  garantendo l’avvio al riciclo.

Se dovesse dare un consiglio a un giovane comunicatore che oggi decide di occuparsi di ambiente, su quali pilastri dovrebbe fondare il proprio lavoro per evitare di cadere nel catastrofismo o, al contrario, in un ottimismo superficiale?

È sempre difficile dare consigli. Anche perché ogni esperienza è diversa dall’altra,  ma tutte, a mio avviso,  possono e dovrebbero avere un denominatore comune, anzi due: studio e passione. Studiare, studiare, studiare. Questo è il primo suggerimento.

Non accontentarsi di rimanere in superficie ma approfondire gli argomenti che vengono trattati. Ma non basta la mente, serve anche il cuore. Come in tutte le professioni serve dedizione ed entusiasmo. Competenza e impegno aiutano in un ambito, come quello della comunicazione, complesso e mutevole. 

Anche perché i temi ambientali, ancorché globali, fanno parte della nostra vita quotidiana, della nostra qualità della vita e quindi vanno affrontati e comunicati in modo semplice e chiaro, evitando linguaggi ermetici e non lasciandosi sedurre da quello degli scienziati e degli esperti. Il ruolo del comunicatore è quello di tradurre concetti complicati in frasi chiare e comprensibili a tutti. Mi scuso se ancora una volta mi autocito. Tanto per far capire il concetto! Agli inizi del mio lavoro come addetto stampa, in un comunicato  avevo scritto “corpi idrici” anziché “fiumi”. Il ministro Ruffolo, con il suo aplomb che non perdeva mai, mi disse: “Mi scusi, ma quando lei parla con i suoi figli usa “corpi idrici” o “fiumi”? Una lezione che non ho mai dimenticato.                                                                                                                                               

La testimonianza di Saturno Illomei ci ricorda con straordinaria chiarezza che la tutela del pianeta è un grande gioco di squadra che richiede studio, competenza e, soprattutto, una profonda responsabilità individuale. Dalla rivoluzionaria intuizione dello "sviluppo sostenibile" alla concretezza dell'economia circolare, la storia della comunicazione ambientale dimostra che ogni grande traguardo normativo o industriale ha bisogno del coinvolgimento attivo di ogni singolo cittadino per potersi compiere. Trasformare i concetti complessi in gesti quotidiani, i "corpi idrici" in fiumi da proteggere e i rifiuti in risorse, è la vera sfida culturale del nostro tempo. Una sfida che la scuola, le istituzioni e i media devono continuare a nutrire ogni giorno, nella certezza che la costruzione di un futuro più pulito e consapevole non ammette spettatori. Perché la transizione ecologica parte dalle nostre scelte e, oggi più che mai, Dipende Da Noi.

 

Per approfondire

 

Pubblicazione CONAI con i progetti di consapevolezza ambientale

Rivista MACPLAS del 2009 che documenta le iniziative con il CONI

 

Fonte:

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